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xxx tornata

Abbandono il blog per mesi e mi trovo a leggere nelle statistiche che l’articolo più quotato sia quello intitolato “sotto la gonna“…resto stupita… perchè? siamo ormai nel mondo dove uno può fare del sesso materia prima di consumo?

che schifo..

perciò mi rivolgo a tutti quelli che vengono nel mio blog attratti solo dal titolo un po’ provocante: andate a parlare con vostra moglie, o la vostra donna, e questa sera scioccatela con un bel mazzo di fiori e un fare coccolone che non ricordavate + di avere dai tempi del liceo e portatela fuori a cena..

..poi vi ringrazierà come solo lei sa fare..

ps: non badate al ciuffo forestale che in anni di astinenza ha fatto crescere, perchè in parte la colpa è anche un po’ vostra!! cmq state tranquilli che entro domani sera avrà già provveduto a deforestare il tutto…

per cui: buona fortuna!!!

lettera inviata

ad un gruppo di studenti delusi dai risultati elettorali

firmata da un prof che non conosco (e che ringrazio)

…il punto è: possiamo continuare a delegare ad altri, o dobbiamo fare noi?

E qui non si tratta solo di ICI, tasse, politica estera, qui si tratta dei nostri sogni che non sono rinviabili nè tantomeno delegabili a qualcuno, sia esso topo gigio o lo psiconano, o Bush-Osama o Putin… o qualsiasi altro che ci dice: “tranquillo, tu votami e torna davanti alla tv!”

Sono certo che la storia la fanno i popoli in lotta, non i popoli votanti, nulla è cambiato attraverso il diritto di voto, tutto è stato trasformato con la mobilitazione dal basso della gente.

Questo deve avvenire attraverso una presa di coscienza graduale e profonda ed ha bisogno di tempo perché si basa sulla nonviolenza, una forza che riesce a mutare i rapporti di forza ed a innescare cambiamenti che partono dalla radice dei fenomeni.

Per ora non crucciatevi del risultato di queste elezioni… il meglio di sé la sinistra lo ha dato sempre fuori dai palazzi, così come i cristiani hanno testimoniato il meglio non dalle cattedrali, ma dalle catacombe o lungo le strade del mondo, in missione, lontano dalle curie e dai palazzi.

The future start today, il futuro incomincia oggi…

(16 aprile 2008 / a cura di congigi)

Via Bovisasca gli sgomberi
non sono la soluzione

La legalità è sacrosanta. ma l’impressione

è che si stia scendendo sotto i limiti stabiliti

dai fondamentali diritti umani Allontanare questi disperati, senza pensare a un’alternativa, cosa produce? Perché insieme alla dovuta fermezza

non si è vista nessuna forma di assistenza,

specie per i più deboli?

01/04/2008


Editoriale

È giunta all’epilogo la situazione del campo rom abusivo di via Bovisasca. Da una decina di giorni le forze dell’ordine sono state quasi costantemente presenti nei pressi dell’ex area Montedison. Ripetuti e opportuni interventi di demolizione di diverse baracche hanno inizialmente “compattato” il campo, impedendo nuovi arrivi, mandando così un chiaro segnale agli occupanti per indurli a non ritenere definitiva questa situazione. Interventi nell’immediato positivi, che sono serviti anche a costruire una fascia di sicurezza intorno al campo, per evitare provocazioni dall’esterno (che non sono mancate, specie ad opera di qualche esponente politico in cerca di visibilità).

Non si spiega invece la logica di quanto sta accadendo dall’alba di stamane, martedì 1 aprile: le forze dell’ordine si sono attivate per sgomberare tutti gli occupanti del campo. Nulla da eccepire sulla necessità dell’intervento: non era sostenibile il protrarsi di questa soluzione. Ma allontanare questi disperati, senza pensare per loro un’alternativa, cosa produce?

Presto detto: alcuni nomadi (ma tra loro sono molti i rumeni non rom) hanno tentato di entrare nell’area dimessa in via Colico. Allontanati. Un gruppo più consistente, un centinaio di persone, ha lavorato tutta la mattina ricostruendo i propri miseri cubicoli di assi in via Poretta a Quarto Oggiaro. Tra loro molti giovanotti (rientrati precipitosamente dai cantieri dove lavorano per ricostruire la propria “casa”) ma purtroppo anche donne in avanzato stato di gravidanza, una ventina di bimbi sotto i dieci anni e diversi piccoli al di sotto di un anno. In tarda mattinata le ruspe hanno di nuovo demolito questa ulteriore sistemazione.

Ora queste persone (donne incinte e neonati compresi) stanno vagando per la città in cerca di un ulteriore spazio dove costruire un riparo e – probabilmente – attirare nuovamente le ruspe per l’ennesima demolizione. Perché insieme alla dovuta fermezza non si è vista nessuna forma di assistenza elementare per loro, specie per i più deboli tra i disperati?

La legalità è sacrosanta: ma l’impressione è che qui si stia scendendo abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani che imporrebbero, insieme allo schieramento delle forze dell’ordine in atteggiamento antisommossa, qualche tanica d’acqua, del latte per i più piccoli, un presidio medico, qualche soluzione alternativa per i bambini, i malati e le donne in gravidanza.

Ci sono delle persone non in regola con la legge: occorre che la legalità prevalga nei loro confronti. Ma non si possono confondere i nomadi e i migranti che lavorano, con i delinquenti, oppure gli irregolari con chi è in possesso di regolare permesso di soggiorno. La maggioranza di loro lavora, tanti con un regolare contratto. Molti giovani uomini faticano nell’edilizia e in società attive dentro gli spazi della Fiera: 10 ore di lavoro al giorno, per sei giorni la settimana, per 800 euro al mese.

Una domanda allora si impone: a Milano questi immigrati servono o danno fastidio? Sappiamo che non stanno a Milano per turismo o per svago. La maggioranza di loro è qui per poter lavorare. Sanno che del loro lavoro Milano ha necessità. Cosa ne sarebbe infatti dell’imprenditoria ambrosiana e lombarda senza la manovalanza a bassissimo costo che rumeni (e non solo) offrono?

Non si vede traccia di un progetto a lungo respiro, di un piano condiviso: nessuno da solo può risolvere questa emergenza. Il volontariato da solo non riesce più a far fronte alla situazione. Don Colmegna e la Casa della Carità non possono farsi carico di altri ospiti, sono oltre le loro capacità ricettive. Non possono risolvere il problema da soli le forze dell’ordine (non è soltanto una questione di ordine pubblico), non è compito solo della politica e degli amministratori. Per uscire dall’emergenza e dalla logica dell’occupazione, dello sgombero, dell’ulteriore occupazione occorrono scelte condivise tra tutti gli attori prima citati e una progettazione a lungo termine.

Ricordava l’Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, nell’ultimo discorso alla vigilia della festa di S. Ambrogio: «Le attività della Caritas diocesana, della Casa della Carità, delle altre associazioni e gruppi di volontariato da sempre sono indirizzate a sviluppare percorsi di integrazione avvicinando le persone, cercando per loro un lavoro dignitoso e onesto, accompagnando e inserendo i bambini nelle scuole. Ma questa disponibilità operativa e tante volte faticosa ha bisogno di un maggior dialogo con le istituzioni, chiede di sentire le istituzioni alleate, ancora più presenti, autorevoli, capaci di far rispettare le leggi e solidali nel combattere la miseria».

È urgente la costituzione di un luogo istituzionale nel quale valutare come governare il problema. Così come è urgente tutelare i minori. Come il Tribunale dei minori può confermare, l’intervento a questo proposito delle Amministrazioni locali non è facoltativo ma obbligatorio.

C’è da augurarsi che il clamore e i festeggiamenti per la grande opportunità conquistata con l’Expo 2015 non diventino il paravento e il pretesto per nascondere o spostare un metro più in là, i drammi di questa città.

sono solo poveri

San Giuliano La famiglia rom che in ottobre è approdata a San Giuliano fa parte del gruppo di circa 250 persone sgomberate dalla ex Snia di Pavia nell’agosto scorso. Gli zingari hanno alle spalle una storia non facile. E chi a San Giuliano in questi mesi li ha frequentati, li descrive come brave persone, intenzionate a lavorare a ad integrarsi. Il magazzino di via Resistenza 7 in cui vivono appartiene a una cooperativa, che inizialmente doveva dare loro un supporto temporaneo, in attesa di una sistemazione più idonea ad ospitare un nucleo che ha ben 5 bambini. Poi le prospettive sembrano essersi frantumate. Certo, non ci sono dubbi sul fatto che l’attuale sistemazione, sia di carattere temporaneo. Ma se da una parte i residenti nei giorni scorsi hanno lamentato alcuni disagi legati alla convivenza forzata con la famiglia del pian terreno con cui non hanno contatti, chi invece interagisce col gruppo di rom, li dipinge come persone estremamente tranquille. «La famiglia – spiega il coordinatore della Caritas cittadina Roberto Buzzi -, è composta da otto persone. C’è un uomo sulla quarantina, insieme alla moglie e ai loro tre figli. Poi c’è un ragazzo, nato dal suo primo matrimonio, con la sua fidanzata. Recentemente si è aggiunto un altro figlio, appena arrivato dalla Romania. Li stiamo aiutando, nell’auspicio di trovare quanto prima una sistemazione di lavoro. I bambini vanno a scuola, e sono ben integrati. Mentre il ragazzo giovane si sta iscrivendo a un corso per la rimozione dell’amianto e il padre è iscritto alle liste di collocamento, e ha già frequentato un corso per lavorare con il muletto nello stoccaggio delle merci. La domenica siamo abituati ad incontrare le ragazze vicino alla chiesa di San Carlo Borromeo a chiedere la carità». Perché, per il momento, la loro unica fonte di sostentamento, è la questua a cui si aggiungono alcuni piccoli aiuti caritatevoli. «Li vado a trovare con una certa frequenza – riprende Buzzi -, e posso dire che all’interno la loro casa è pulita. Loro sono estremamente tranquilli. Sono poveri, non hanno niente, e vivono alla giornata». Molti parrocchiani in questi mesi hanno avuto modo di conoscerli. E i bambini tra i banchi di scuola hanno stretto amicizie. È stato il comune ad attivarsi al fine di assicurare il diritto all’istruzione agli ospiti che da una manciata di mesi, pur con una serie di difficoltà, vivono tra la comunità di abitanti di San Giuliano. Per il resto, questa famiglia di rom provenente dall’ex stabilimento di Pavia, pare che sogni una casa vera, stabile, e che per realizzare questo progetto ci si stia mettendo d’impegno. In fin dei conti, se i residenti di via Resistenza vogliono cambiare pagina, in realtà anche i rom non vedono l’ora di trovare un lavoro e una casa normale. Giulia Cerboni da “il cittadino”

Ma alla fine nessuno è rimasto per strada, questa mattina al campo rom della Bovisasca, quartiere milanese sede del nuovo polo universitario, dove da settembre dell’anno scorso a oggi almeno 700 rom si sono insediati.Alle sette le ruspe erano pronte ad entrare in azione. Ma un’opposizione fisica dei rom prima, e una mediazione successiva degli enti coinvolti nell’assistenza umanitaria (Padri Somaschi, Caritas, Comunità di Sant’Egidio, Naga, Casa della carità ed altri) ha permesso il blocco dello sgombero. “Si è deciso di far spostare una cinquantina di persone, con le loro baracche, da una parte periferica del campo a quella dove c’è il concentramento maggiore di persone, una sorta di concentrazione”, spiega Valerio Pedroni dei Padri Somaschi dal luogo del campo, “e l’area che hanno lasciato libera, sta venendo ora ripulita dalle ruspe e recintata”. La zona, da tempo in attesa di bonifica per l’alto contenuto di arsenico presente sottoterra (è stata in passato la sede della Montedison), era diventata una veria e propria discarica.L’allarme sgombero sembra rientrato, ma la tensione nel campo è comunque ancora alta. “Siamo sollevati dal fatto che le autorità hanno deciso di bloccare l’irruzione, questo rafforza l’idea che una soluzione semplicistica non è quella ottimale”, continua Pedroni, “almeno 150 dei rom presenti sono bambini e stiamo cercando in tutti i modi una strategia per trovare un’altra sistemazione”. Una strategia che necessita dell’impegno di tutte le parti in causa: “Noi associazioni siamo tutte unite nel chiedere a Comune, Provincia e Regione un tavolo interistituzionale immediato”, conclude, “e confidiamo anche in un intervento umanitario, perchè attualmente il campo è sommerso dai rifiuti e c’è la totale mancanza di acqua”.

di Daniele Biella su VITA.IT non profit online

L’ultima cena..

«Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo».

Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».
Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!».

Gv 13

L’ultima cena..

SCANDALOSO!!!!

E’ così che le uniche notizie interessanti al tg diventano la morte della mamma di Berlusconi, i viaggi dei cavalli(perchè la vita di un cavallo vale più di quella di una persona oggi), il matrimonio di Sarkozy con Carla Bruni etc.. etc..

E ora scopro il perchè da una testimonianza vera di PAOLO BARNARD che sta rischiando tutto, ecco il perchè…

CENSURA ‘LEGALE’


Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell’informazione di cui non si parla mai. E’ la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell’appoggio dell’indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l’opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti ‘fuori dal coro’.

Si tratta, in sintesi, dell’abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste ’scomode’. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d’informazione ve lo illustro citando il mio caso.

Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto.

Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un’inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l’11/10/2001 (“Little Pharma & Big Pharma“). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: “Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie”) e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA).

L’inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003.
Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004(1) da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte.

Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare.

Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi(2). La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi.
All’atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale.(3) Ma non solo.

La linea difensiva dell’azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa.(4)
E questo per un’inchiesta di pubblico interesse da loro (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata.*
*(la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva(5), dove è sancita la sollevazione dell’editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l’accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giusificabile l’operato della RAI in questi casi).

Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l’impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un’inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me.
La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere.

Ma al peggio non c’è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. E’ un atto di costituzione in mora della RAI contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: “La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell’eventuale accoglimento della domada posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio, nda) nei confronti della RAI medesima”.(6)

Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell’incredulità.

Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la RAI, e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all’evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che “la rivalsa che ti era stata fatta (dalla RAI contro di me, nda) è stata lasciata morire in giudizio… è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso… Finirà tutto in nulla.”(7)

Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell’atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell’atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della RAI che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso.(8)

Non mi dilungo. All’epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la RAI. Non ci sarà mai più un’inchiesta da me firmata sull’emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l’unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste ‘coraggiose’. Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari.

Così la mia voce d’inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo.

Ecco come funziona la vera “scomparsa dei fatti”, quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli ‘editti bulgari’, i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno.

Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori.

Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare.

Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità.

Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema.

Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l’energia possibile questa realtà, via mailing lists, siti, blogs, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate.


In ultimo. E’ assai probabile che verrò querelato dalla RAI e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d’allarme, e ciò non sarà piacevole per me.

Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva.

Grazie di avermi letto.

Paolo Barnard
dpbarnard@libero.it

Note:

1) Tribunale civile di Roma, Atto di citazione, 31095, Roma 10/11/2004.
2) Fatto su cui ho più di un testimone pronto a confermarlo.
3) Nel volume “Le inchieste di Report” (Rizzoli BUR, 2006) Milena Gabanelli eroicamente afferma: “…alle nostre spalle non c’è un’azienda che ci tuteli dalle cause civili”. Prendo atto che il prestigioso studio legale del Prof. Avv. Andrea Di Porto, Ordinario nell’Università di Roma La Sapienza, difende in questo dibattimento sia la RAI che Milena Gabanelli. Ma non me.
4) Tribunale Ordinario di Roma, Sezione I Civile-G.U. dott. Rizzo- R.G.N. 83757/2004, Roma 30/6/2005: “Per tutto quanto argomentato la RAi-Radiotelevisione Italiana S.p.a. e la dott.ssa Milena Gabanelli chiedono che l’Illustrissimo Tribunale adìto voglia:…porre a carico del dott. Paolo Barnard ogni conseguenza risarcitoria…”.
5) Un esempio di questa clausola tratto da un mio contratto con la RAI: “Lei in qualità di avente diritto… esonera la RAI da ogni responsabilità al riguardo obbligandosi altresì a tenerci indenni da tutti gli oneri di qualsivoglia natura a noi eventualmente derivanti in ragione del presente accordo, con particolare riferimento a quelli di natura legale o giudiziaria”.
6) Raccomandata AR n. 12737143222-9, atto di costituzione in mora dallo Studio Legale Di Porto per conto della RAI contro Paolo Barnard, Roma, 3/10/2005.
7) Email da Milena Gabanelli a Paolo Barnard, 15/11/2005, 09:39:18
8) Tribunale Civile di Roma, Sezione Prima, Sentenza 10784 n. 5876 Cronologico, 18/5/2007: “la parte convenuta RAI-Gabanelli insisteva anche nelle richieste di cui alle note del 30/6/2005…”. (si veda nota 4)

 

Un esodo per il pane

Gaza, giù il muro
Rotto l’assedio Hamas abbatte la barriera con la dinamite, oltre 300mila palestinesi corrono in Egitto a caccia di latte, farina, medicine. E le guardie egiziane restano a guardare
Michele Giorgio
Inviato a Gaza

«Ho detto ai nostri soldati di lasciar entrare i palestinesi, che sono venuti solo per mangiare e acquistare il cibo». Dietro quella che passerà alla storia come una delle giornate più felici per la popolazione di Gaza, c’è una decisione del presidente egiziano Hosni Mubarak, spinto da spirito umanitario e, soprattutto, dalle crescenti pressioni dalla sua gente di fronte alle sofferenze dei palestinesi. Senza dimenticare le proteste dei Fratelli Musulmani egiziani ai quali il rais ha riservato la dose abituale di manganellate durante una manifestazione ieri al Cairo.
Comunque sia, è stata eccezionale la scena che tutti hanno avuto davanti agli occhi arrivando ieri a Rafah, tra Gaza e l’Egitto, dopo che militanti di Hamas e dei Comitati di resistenza popolare avevano fatto saltare con la dinamite gran parte della barriera metallica posta lungo il confine. Sotto gli occhi delle guardie di frontiera che avevano ricevuto l’ordine di non intervenire, una folla immensa di palestinesi entrava lentamente in Egitto attraverso i varchi nella barriera e, allo stesso tempo, una massa di persone altrettanto enorme faceva ritorno a casa portandosi dietro ogni ben di Dio.
Mucche, pecore, taniche di benzina, materassi, latte, farina, sigarette e tutte le altre cose che a Gaza sono diventate rare o impossibili da trovare. Sul volto delle gente finalmente è apparso un sorriso. Sì, perché le restrizioni israeliane non sono cominciate venerdì scorso con la chiusura totale dei valichi ordinata dal ministro della difesa, il laburista Ehud Barak, ma ben prima. A fine di giugno 2006, dopo la cattura del caporale Ghilad Shalit da parte di un commando palestinese, Israele aveva bloccato il valico di Rafah e imposto restrizioni ai movimenti delle merci e delle persone.
Misure che sono state acuite dopo la presa del potere di Hamas a Gaza, fino a raggiungere il punto più estremo in questi ultimi giorni, in risposta, dicono governo ed esercito di Israele, al lancio di razzi artigianali da Gaza verso il territorio dello Stato ebraico. Ma tutti sanno che la chiusura ha lo scopo principale di strangolare il movimento islamico e tenere sotto pressione la popolazione.
«È stato uno spettacolo impressionante – riferiva ieri Saverio Mannarella, cooperante della ong Cric, uno degli stranieri che da Gaza city hanno raggiunto Rafah – nella barriera c’è un varco enorme da dove è entrato di tutto. Mucche e altri animali che seguivano i loro nuovi padroni, persone cariche come mai si è visto che portavano a casa tutto quello che è possibile trasportare. Sono state scene indimenticabili». Si sono rivissuti gli stessi momenti del settembre 2005, quando, dopo l’evacuazione di soldati e coloni israeliani da Gaza, migliaia di palestinesi forzarono il valico di Rafah ed entrarono in Egitto. Ieri i primi a passare sono stati i palestinesi, molte centinaia, che attendevano di rientrare a Gaza perché bloccati da mesi sul versante egiziano.
«Ho atteso cinque mesi e non mi sembra vero poter riabbracciare i miei familiari», ha raccontato Azem Yizji, 67 anni, che in Egitto era andato per una operazione chirurgica. Per tutto il giorno autocarri a pieno carico provenienti da tutto il Sinai hanno raggiunto il confine dove in pochi attimi sono stati svuotati dai palestinesi. «Sono riuscito a portarmi a casa 250 litri di benzina e decine di scatolette di carne. Una parte la terrò per me e il resto cercherò di rivenderlo», ha detto Samer Abu Samadana, un manovale. «Con l’aiuto di mio figlio ho preso tre sacchi di farina, adesso farò di nuovo il pane in casa», ha affermato con aria soddisfatta la signora Umm Kais, di Khan Yunis. Il cemento è stato uno dei prodotti più acquistati dagli almeno 400 mila palestinesi che sono entrati in Egitto.
Negli ultimi sei mesi Israele ne ha limitato al minimo la disponibilità a Gaza. E chi ne ha avuto la possibilità economica – ben pochi – non ha mancato di raggiungere la cittadina egiziana el Arish, sulla costa mediterranea, per gustare il pesce locale. Per l’economia di questa parte del Sinai, la più povera, è stata una iniezione ricostituente di milioni di dollari in poche ore. E’ andata avanti sino a notte e probabilmente sarà così anche oggi. Domani, al più tardi sabato, secondo alcune voci, il confine verrà chiuso di nuovo, come deciso di comune accordo dalle autorità egiziane e da Hamas.
La reazione israeliana non si è fatta attendere. Tel Aviv ha ricordato all’Egitto di rispettare gli accordi e di tenere sotto controllo la frontiera da dove ieri, secondo Israele, sarebbero entrati a Gaza decine di ricercati di Hamas e anche militanti di altre organizzazioni islamiche radicali. E alle parole sono seguiti subito i fatti, a danno però della popolazione di Gaza.
Israele avrebbe sospeso – ieri sera si attendeva una conferma ufficiale – le forniture di gasolio iniziate martedì, in risposta l’abbattimento della barriera a Rafah. Kamal Obeid, vicedirettore dell’Ente nazionale per la energia a Gaza, ha riferito che martedì sono arrivati circa 720 mila litri (che hanno consentito la riattivazione della centrale elettrica) e ieri altri 180 mila. Dopo di che, ha aggiunto, le forniture sono cessate.
L’Egitto da parte sua si è affrettato a ribadire il suo rispetto degli accordi con Israele, anche se, ha spiegato un portavoce, la decisione di lasciar entrare i palestinesi «che stanno morendo di fame per colpa dell’assedio israeliano», è stata presa senza consultare Tel Aviv.

(da il manifesto)

bello o brutto ke sia
e questo è un dono grande…

Ecco come è possibile capire coloro che non stanno dalla mia parte, che non la pensano come me, semplicemente, l’amore, può essere il modo per comprendere ciò che ci sta attorno e al quale fatichiamo a trovare valide risposte.

Se non mi metto in ricerca è anche vero che non ci sarà mai niente che potrà andarmi bene.

“Come pure indescrivibile riesce la gioia che si prova nel patir qualche cosa per amor di Dio” Teresa Grigolini

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